Angela Pagano e quel faro che è la vita

Il Mattino, Enrico Fiore

Che cosa fa uno, (e soprattutto una, voglio dire se agiscono la sensibilità spiccata e l’accresciuta capacità d’immaginare che sono delle donne) quando da anni e anni vive in perfetta solitudine, lontano – insieme – dal prossimo e dalla storia? Mette il suo piccolo mondo al posto del Mondo, trasforma la propria umbratile quotidianità nella sfolgorante festa dei sentimenti eterni, attribuisce alle manifestazioni minime dell’inanimato la statura e lo statuto di persone.

Questo, in breve, racconta «La guardiana del faro», il testo di Francesco Scotto che la Compagnia dell’Ambra ha presentato in «prima» nazionale a «Benevento Città Spettacolo». S’ispira alla storia vera dell’unica donna che in Italia – per l’esattezza in Puglia, sul Gargano – sia stata, giusto, guardiana di un faro. Ed ecco il punto: Maria Soccorsa detta Sesella identifica con il faro l’intera sua esistenza, e addirittura il suo corpo e il destino biologico e le funzioni primarie di questo. Comincia assimilandolo al figlio che non ha mai «sgravato» e finisce rapportando il battito del proprio cuore all’accendersi e spegnersi del suo fascio luminoso.

Allo stesso modo, diventando interlocutori di Sesella non solo il canarino Procopio e la gatta Principessa, ma persino le carte da gioco napoletane (con quel re di coppe ch’è identico a suo padre buonanima), le crepe sui muri (uguali alle rughe su volti delle vecchie del paese) e le macchie di umidità (che diventano, poniamo, le facce di «Gracekelli» di Monaco e di Papa Giovanni). E si capisce, allora, che cosa succede quando i fari vengono automatizzati e la Marina militare comunica a Sesella che deve sloggiare. Per Maria Soccorsa significa dover affrontare il Mondo, e in esso «l’inferno degli altri».

Insomma, scopriamo che, senza parere, Scotto dona alla vicenda privatissima della guardiana del faro una valenza metaforica, mutando il racconto in una meditazione sulla vita e sulla morte, ad un tempo malinconica e tenera. E aggiungo subito che di tutto questo l’allestimento di cui parliamo rende conto con intelligenza, precisione e inventiva davvero non comuni: a partire dall’assoluta e funzionalissima sintonia che si stabilisce fra la regia di Norma Martelli, tesa e asciutta, e le musiche di Nicola Piovani, a loro volta – sulla base di una sottolineatura per contrasto – oltremodo ricche d’echi.

La Martelli, in breve, punta sull’interazione fra Sesella e la natura che la circonda (vedi le strida dei gabbiani che accompagnano le sue urla di dolore quando le arriva la lettera di sfratto), peraltro esplicitando con forza espressionistica quanto (il suicidio della protagonista) l’autore suggerisce appena; e di pari passo, Piovani – affidandosi all’eccellente fisarmonicista Saria Convertino – traduce proprio alla lettera il flusso e riflusso del mare, accennando estenuazioni di tango, vigorie di tammorra e coloriture di fiere.

Il tutto, infine, si riassume ed esalta nella prova di Angela Pagano (nella foto), una delle più sapienti e commoventi fra quelle registrate a teatro negli ultimi anni. Quando evoca – con i versi della splendida canzone di Piovani - «la notte nera che ruba l’anima / ma al buio fa sognare», sul serio si accende. Ed è una trasfigurazione gloriosa. Al posto di Angela, alto e amorevole, vediamo il faro.

La Compagnia della luna

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