Amadeus - di A. Cannavo'

Apr. 2000

Un’intima necessità

Comporre colonne sonore, raccogliendo consensie allori, non basta a un musicista che ha trovato nell’alternare gli impegni teatrali con quelli cinematografici il proprio equilibrio, la ragione più profonda del proprio mestiere.Bisogna ricordarselo sul palcoscenico dello Shrine Auditorium di Los Angeles, Nicola Piovani, quando l’anno scorso prese l’Oscar per La vita è bella con la faccia timida di fronte alla scarica dei flash dei fotografi e l’inglese impacciato nel formulare un breve ringraziamento. E poi rivederlo, invece, sereno e felice, al pianoforte, mentre, sempre in modo discreto, dirige sulla ribalta Canti di scena, lo spettacolo che porta in giro da tanti anni col suo compagno di viaggio, lo scrittore e drammaturgo Vincenzo Cerami, mescolando magicamente la canzone con il duetto, il couplet, il concertato lirico, il canto senza parole, la ballata, la romanza, la macchietta della rivista, il recitativo intonato, la declamazione accompagnata.

Il mondo di questo compositore e direttore d’orchestra, che ha creato le musiche di 130 film lavorando per registi come Fellini, i fratelli Taviani, Bellocchio, Monicelli, Moretti, non sarà mai a Hollywood ma è a teatro, nel suo tipo di teatro, fatto di giochi popolari, citazioni colte, nostalgie e piccole provocazioni. Un teatro da vivere insieme con un’affiatatissima compagnia di attori, musicisti e cantanti di grande talento, tutti impegnati a vincere la diffidenza iniziale di un pubblico non abituato a spettacoli fuori dai canoni e alla fine sedotto. E come massima aspirazione, uno come lui che ha potuto toccare con mano la popolarità planetaria affrontando la tentazione di contratti favolosi, esprime semplicemente il desiderio di «continuare a fare quello che ho sempre fatto nella mia vita: scrivere musica per il cinema e girare con il teatro. Sei mesi e sei mesi: un equilibrio che è una necessità intima».

I rischi che un evento deflagrante come la vittoria di un Oscar potesse alterare la straordinaria intesa con Cerami (un sodalizio, il loro, che dura da 20 anni) c’erano, eccome.

«Non è che abbiamo elaborato una strategia, abbiamo semplicemente proseguito la nostra attività di sempre. Subito dopo Hollywood siamo andati in Palestina dove abbiamo presentato il nostro Stabat Mater, l’opera che quest’anno riproporremo nel periodo pasquale a Roma, dall’11 al 19 aprile. Tra me e Cerami c’è una collaborazione che non nasce solo da un’amicizia personale ma anche e soprattutto da una vicinanza di sensibilità culturale. Tutt’al più ci siamo resi conto che certi riconoscimenti possono aiutare a raggiungere alcuni obiettivi che hai da sempre. Siamo entrambi fondatori e direttori artistici della compagnia e difendiamo così uno spazio creativo che altrimenti non esisterebbe».

 

Dopo essere stato lo scorso inverno a Milano, Canti di scena fa una sosta a Padova (dall’11 al 14 maggio) e torna a Roma (dove nel corso degli anni è diventato uno spettacolo-cult) dal 16 al 28 maggio in una versione rinnovata. Ma lo spettacolo è diventato anche un disco e un libro (della collana «Stile libero» Einaudi) che danno l’idea del lavoro artigianale compiuto da Piovani e Cerami.

«Nel processo creativo», spiega Piovani, «c’è certamente un momento di ispirazione artistica, la scintilla che ti ha fatto vedere tutto il progetto, ma quando devi materializzare la tua idea, comincia una parte molto lunga che è il processo artigianale; una parte, in senso lato, non certo meno artistica. I musicisti hanno un bel termine a disposizione, la composizione. Ma per me sono compositori anche Dante, Cervantes, Joyce. Persino Beckett: nella struttura in due atti del Godot riscontro la stessa attenzione al ritmo che si ha in una sonata. Io non so quale sia la mia identità di musicista, ma mi riconosco in questa dimensione artigianale che ci collega a un modo più settecentesco di concepire la musica. Senza dare un peso di valore oggettivo, credo che un musicista chiamato a scrivere per Hollywood sia più vicino a chi componeva l’opera buffa che non a Ravel, il quale riceve il libro di Colette per L’Enfant et le sortilège, una composizione che già nasce per essere sublime. Pergolesi e Paisiello non pensavano di dare niente alla Storia, alle enciclopedie. Invece l’artista nato o cresciuto nella seconda parte del Novecento ha vissuto col ricatto di dover consegnare qualcosa ai posteri...».

Ma cosa resterà per Piovani della musica del XX secolo?

«Il Novecento è stato uno dei secoli più ricchi di musica di alto livello e anche tra i più interessanti per gli sconvolgimenti linguistici, testuali, extratestuali e contestuali. Uno degli avvenimenti più cataclismatici è stato l’irrompere della musica afro-americana che ha portato non solo al rinnovamento della composizione ma anche a quello dell’ascolto. Le due cose devono essere collegate per avere effetto, sennò... sennò si ha la musica di Donatoni, che ha tutto in partenza per essere rivoluzionaria ma che si attribuisce questa caratteristica per statuto. In ogni caso mi affascina l’incontro tra stimoli e ispirazioni differenti, lo spiritual che si intreccia con gli strumenti della banda musicale dell’esercito Usa ma che cerca la profondità delle composizioni di Brahms, autore particolarmente amato e studiato da molti jazzisti».

Eppure questo è stato anche il secolo che ha visto la frattura tra la musica colta e il pubblico...

«Mi inquieta questa definizione di musica colta che diventa un genere a sé, per distinguerla da altri generi come la musica leggera o folk. Quella di Mozart era musica e basta, poi è il tempo che definisce quale musica fa cultura. Saranno stati realizzati una quarantina di Barbieri di Siviglia, ma la Storia ha promosso soltanto quelli di Rossini e Paisiello, perché evidentemente hanno una sintesi linguistico-musicale che gli altri non posseggono. È lo stesso vizio delle etichette che si ha nel cinema. Il cinema d’autore non dovrebbe essere un genere, altrimenti esistono anche le bufale d’autore».

 Capisaldi, padri spirituali, passioni: qual è l’albero genealogico musicale di Piovani?

«Be’, l’asse Bach, Mozart, Beethoven non può che essere il tronco dal quale si ramifica tutto. Di questi autori basta prendere anche una composizione che non si ascolta da molti anni, un’aria, un’opera minore per sentirsi invasi e pervasi da una paternità che non è solo musicale ma anche filosofica, etica, cromosomica. Ma poi certamente ci sono gli amori. E si sa, non ci innamoriamo sempre della donna più bella. Per me una composizione che resterà imprescindibile è il Primo concerto di Prokof’ev per pianoforte e orchestra. Avevo 13-14 anni, conoscevo già la musica classica, ma nella mia famiglia  la musica moderna era solo Claudio Villa. Ho sentito alla radio questa composizione di Prokof’ev e ho capito che c’era qualcuno che poteva dare una parola nuova, più consona al rumore del traffico sotto casa ma anche a una coscienza e una denuncia più alta della guerra. Certo, se quel giorno alla radio avessero trasmesso un concerto di Ravel avrei scelto quello. Se invece avessero scelto Schönberg, mi sarei convinto che la musica classica era finita nell’800...».

E quali sono state le scoperte più sorprendenti in questa esplorazione della musica?

«La grandezza di Händel, oppure di molti compositori minori, che in realtà non lo sono affatto. O che in una grande opera di Verdi ci sono intuizioni tipiche di chi compone una canzone. La musica del commovente coro del Macbeth avrebbe potuto scriverla Paviglia, un grande musicista del Novecento che componeva canzoni, il genere musicale più complicato: la struttura di sillaba su nota per tre minuti e mezzo è quanto di più difficile esista».

C’è un sogno che ancora vorrebbe realizzare?

«Avere un teatro tutto mio, nella mia città, a Roma. Per poterlo gestire secondo parametri di libertà culturale, lontano dal perbenismo burocratico richiesto dalle istituzioni. Per poter presentare sulla scena magari un piccolo gruppo teatrale francese e riuscire a convincere il pubblico che bisogna sentire qualcosa di nuovo accanto ai soliti Shakespeare e Pirandello. Ma ci vorrebbero tanti miliardi... Vedo inoltre il destino di molti operatori culturali che arrivano in un ente pubblico con ottime intenzioni e poi, andando avanti, devono correggere il tiro per tenere conto delle alleanze interne, delle piccole reti di conoscenze, dei mediocri produttori teatrali. E allora preferisco continuare a girare per palcoscenici con la mia compagnia e scrivere musica da film. Sei mesi e sei mesi. Il mio equilibrio, la mia necessità intima, appunto».

La Compagnia della luna

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