Non chiamiamole sovvezioni !

Il Mattino, 27 Marzo 2012

La cultura, l’arte e l’evento. C’è un grande interesse e fermento in queste settimane per le sorti future della cultura italiana. E questo fa pendant con la silenziosa politica del nuovo governo riguardo ai fatti culturali. Nuove riforme sono urgenti, perché la cultura e l’arte di un paese non sono un accessorio come l’argenteria in tavola, sono pane quotidiano senza il quale non si costruisce nessuna civiltà. Sarebbe un buon inizio accantonare per un po’ il termine sovvenzione: dà l’idea di una regalia marginale. Lo sostituirei con termine investimento, perché sia chiaro a tutti che un paese non si rilancia se non investe in cultura. E qualsiasi politica di sviluppo che si rispetti dovrà riconoscere una funzione di centralità culturale proprio al teatro: il teatro inteso come manifestazione artistica dal vivo – prosa, poesia, musica, danza, lirica, musical. Su questi argomenti penso sia inutile tornare sù: chi ha capito ha capito. Un equivoco che invece mi sembra utile evidenziare è la cosiddetta politica dell’evento. L’evento artistico-culturale ha naturalmente la sua importanza, per vitalizzare le attività spettacolari delle nostre metropoli. Ma una buona politica culturale non si giudica dagli eventi - per loro natura ovviamente tutti eccezionali, tutti clamorosi, tutti mediatici - ma si giudica piuttosto dal pane quotidiano, dalle attività artistiche e spettacolari dei giorni feriali che costruiscono un rapporto continuativo con un pubblico su tutto il territorio nazionale. I politici illuminati spesso organizzano grandi eventi spettacolari, attirando grandi folle, e con una grande copertura di stampa e televisioni. Naturalmente questo è positivo e spesso entusiasmante, ma una seria politica culturale non può e non deve esaurirsi in questo, non deve trascurare la riorganizzazione dei tanti teatri che animano la nostra penisola. L’italia, da nord a sud, è ricca di questi antichi e magnifici templi laici, le cui pareti trasudano la memoria dei grandi artisti che li hanno animati in passato. In certi giorni di tournée, prima di un concerto, entrando per le prove in una di queste meraviglie, a volte abbandonate all’incuria del degrado amministrativo, mi viene di pensare: quanti paesi, europei e d’oltre oceano, vorrebbero possedessero qualcuno di questi gioielli, per trattarlo come un tesoro di cui gloriarsi orgogliosamente? Il grande evento dà senza dubbio molta visibilità alle amministrazioni locali e alla politica, ha un forte ritorno in termini di propaganda. Ma allora tanto varrebbe cambiare nome agli assessorati alla cultura e chiamarli assessorati alla visibilità. E così per i dipartimenti, i ministeri, i partiti… Difendere il pane quotidiano delle stagioni teatrali italiane significa difendere il più forte baluardo sociale contro la deriva di una democrazia televisiva, asservita alla logica pubblicitaria dell’audience. Per questo motivo ho prodotto e distribuito lo spettacolo che è in scena in questi giorni al glorioso teatro San Ferdinando di Napoli: non certo per visibilità, ma per compiere un gesto di artistica coerenza.

La Compagnia della luna

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