Musica e cultura per rilanciare il Teatro Valle

Il Messaggero, 21 Giugno 2013

Musica e cultura per rilanciare il Teatro Valle.

Nel luglio 2011 questo giornale ospitò, in prima pagina,un mio intervento sul Teatro Valle di Roma.

Questa magnifica sala del rione Sant'Eustachio era stata occupata il 14 giugno di quell'anno da audaci artisti,
con l'intento di difenderlo da ipotesi di destinazioni equivoche di cui si vociferava in quei giorni.

In quel mio intervento proponevo di prendere in considerazione la possibilità di destinare il Valle all'attività di
teatro musicale, e facevo appello ai pubblici amministratori di Roma e del Lazio.

Qualche commento di risposta lo ebbi da colleghi musicisti, registi, scrittori, ma nessuno dai responsabili di Comune,
Regione, Provincia e tanto meno Ministero.

I quali sicuramente a quel tempo avevano in agenda temi più importanti da affrontare, lo so, tant'è che quello
splendido teatro è ancora nella stessa situazione di allora, cioè cronicamente occupato e gestito con
passione ed entusiasmo da volonterosi teatranti i quali, aspettando Godot, ne hanno autarchicamente fatto un
punto cittadino di riferimento spettacolare, artistico, culturale.

Ma sappiamo tutti che questa situazione è da considerarsi fatalmente provvisoria, e che deve essere affrontata con solerzia dalle istituzioni.
Con le ultime consultazioni elettorali si sono rinnovate le cariche regionali e comunali, e allora mi permetto di rinnovare
oggi la proposta di allora. Ringrazio Il Messaggero che la ospita e spero che i nuovi pubblici amministratori,
che si stanno in questi giorni rimboccando le maniche, trovino il tempo e il modo di mettere in agenda questo
importante e difficile problema da risolvere. Basta anche un'agendina.

Oggi più che mai dobbiamo uscire dal rassegnato pessimismo in cui rischiamo di cronicizzarci, e ci
dovremmo liberare dell'idea che per affrontare bene certe gestioni, come quella del Teatro Valle,
bisognerebbe che si togliesse di mezzo la politica.

È un pregiudizio che intende ormai la politica nel senso più misero della parola: clientele, lottizzazioni,
protezioni. Il teatro in Italia invece avrebbe bisogno proprio della buona politica, cioè di una legge scritta
da politici competenti e ben consigliati da funzionari che abbiano «l'amore per l'articolo», come si diceva un
tempo dei bravi artigiani. Questa legge è attesa da anni come il Messia, ma viaggia coi tempi del ponte sullo
Stretto.

La maggior parte dei parlamentari italiani, si sa, non è in genere frequentatrice di teatro; i politici
si fanno vedere quando si tratta di grandi eventi di straordinaria visibilità, con presenza di telecamere.

Ma il Teatro, con la T maiuscola, è altra cosa, è pane quotidiano, è cultura dello spettacolo, distribuita sul
territorio per dodici mesi all'anno, senza dirette o differite televisive.
E ha bisogno di una normativa chiara e rispettosa.

Ma torniamo al Valle, il cui attuale edificio, ricordiamo, fu inaugurato nel 1822 non con uno
spettacolo di prosa, ma con un'opera musicale: Il corsaro di Filippo Celli. Molte opere in musica in
seguito debuttarono al Valle – ben quattro di Rossini – in quella sala che era e resta un luogo adattissimo a
spettacoli musicali: ha un grande palcoscenico, una buona buca d'orchestra e un'acustica di pregio - solo in
parte compromessa dai restauri. Immagino come suonasse bene la Cenerentola la sera della prima nell'acustica
raccolta di questo bel teatro, il quale si presterebbe bene a essere programmato ancora oggi come teatro
musicale.

Quando dico “teatro musicale” non mi riferisco al cosiddetto teatro lirico, specializzato in melodrammi
del passato, titoli antichi, allestimenti impegnativi, masse artistiche ipersindacalizzate, poche repliche,
biglietti costosi, maschere in livrea. E nemmeno mi riferisco al teatro leggero, commerciale o fatuo, come
ironicamente Pietro Garinei definiva il suo Sistina.
Mi riferisco invece a un teatro in cui abbia un ruolo fondamentale la musica, che metta in campo sia il canto
sia la recitazione parlata, che rinnovi i titoli, che impieghi orchestre medio-piccole, agili, giovanili, che
punti alla produzione di opere musicali nuove, italiane o tradotte, con lunghe teniture, a prezzi democratici.

Naturalmente il teatro musicale, se affidato alla logica del privato puro, è condannato a mettere in scena solo
repertorio comico-brillante e a ricorrere a interpreti di richiamo televisivo. Invece un teatro musicale
incentivato da interventi pubblici potrebbe risultare relativamente poco costoso, diventare un punto di
aggregazione culturale importante per il pubblico della città, permettere di sperimentare nuove forme
teatrali – senza dimenticare le ragioni del pubblico - impiegare nuove leve di musicisti sfornati dai conservatori e,
perché no, riscoprire titoli sorprendenti di quel repertorio mal visto che è l'Operetta italiana.

Roma, ne sono convinto, avrebbe bisogno di un teatro musicale, e il Valle ne sarebbe la sede perfetta.
Giro il consiglio ai nostri nuovi pubblici amministratori.

La Compagnia della luna

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